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Albert Danton
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Il mio Tsunami
I Gorilla di Montagna
Dove vivevo
albertdanton©2009
I Gorilla di Montagna

      Voglio dirvi subito che quello che cercherò di raccontare è uno dei viaggi più belli della mia vita. Sarà difficile trasmettervi ricordi ed emozioni che mi hanno accompagnato per tanti anni e che hanno inciso profondamente nella mia visione del mondo, ma vi prometto che farò del mio meglio.
      Ovviamente ogni viaggio, piccolo o grande che sia, ci lascia ricordi ed emozioni indimenticabili, ma quando, come me, hai visitato più di 65 paesi nel mondo, inevitabilmente sei come costretto a stilare una specie di classifica. Voglio dire che fare un salto alle isole Los Rochas davanti al Venezuela, per quanto belle e con un mare cristallino, non può essere la stessa cosa che essere stato ospitato nelle Long-House dei Dayak nella giungla del Borneo.
      L’incontro con i gorilla di montagna è il viaggio che metto in testa alla mia lista e spero, raccontandovelo, di trasmettervi un pizzico di quell’esperienza esaltante.
       Era il 1993 quando insieme a Carla, mia moglie, decidemmo di tornare ancora una volta in Africa.
       Avevamo letto che i gorilla di montagna erano in via d’estinzione e che nel mondo rimanevano solo alcune decine di esemplari suddivisi in poche famiglie. La maggior parte di essi vivevano sulle falde di un vulcano facente parte dei monti Virunga che si trovano al confine fra il Ruanda e quello che allora si chiamava ancora Zaire e che ora ha il nome di Repubblica Democratica del Congo.
       Perché erano in via d’estinzione? Forse per mille cause naturali di fronte alle quali non possiamo che definirci impotenti, ma non solo per quello. Una delle ragioni che stavano portando all’estinzione dei gorilla di montagna erano i bracconieri.
       Questi “signori” erano usi (forse lo sono ancora) a cercarli fra i monti Virunga e ucciderli. Perché? Ci sarebbe da ridere se non fosse che viene da piangere tanto è stupida la ragione di questi omicidi.
       I bracconieri uccidono i gorilla di montagna per tagliar loro le mani e farne “simpatici”, e molto richiesti… portacenere da tavolo! Non sono interessati alla pelliccia per ripararsi dal freddo né alla loro carne per alleviare la fame. No. Quello che vogliono è tagliar loro le mani e farne ‘nientepopodimenoche’ dei portacenere da tavolo per la delizia di qualche stupido giapponese o orientale in genere che ama spegnere le sue cicche sulle mani rinsecchite di un magnifico gorilla di montagna.
       Non c’era tempo da perdere. Bisogna fare in fretta prima che anche gli ultimi esemplari fossero spazzati via dalla follia omicida di pochi che, malvolentieri, siamo costretti a chiamare esseri umani ma che più volentieri chiameremmo ‘spregevoli bestie immonde’.

       E’ sempre bello andare in Africa. Non solo perché è un continente interessantissimo tanto da provocare in alcuni il così detto “mal d’Africa”, ma anche perché i voli migliori partono da Parigi.
       Lo so, vi state chiedendo che c’entra Parigi!
       C’entra, c’entra.
       Cosa c’è di meglio, prima di immergersi per alcune settimane nell’atmosfera africana, di passare un paio di giorni a Parigi, andare in un alberghetto dell’Ile Saint Louis, cenare da ‘Le Reclutateur’ e poi fare un salto a Saint Germain, scendere in una delle cantine trasformate in locali e magari ascoltare la bellissima musica di ‘Misty’ suonata da una pianista niente male?
       Scusate la digressione.
       Dicevamo che partimmo da Parigi con destinazione Kigali, capitale del Ruanda.
       Il Ruanda era considerato allora, a torto o a ragione, come la Svizzera dell’Africa, ma ancora per poco. Non sapevamo che nel giro di qualche settimana si sarebbe trasformato nel più grande mattatoio dell’Africa con il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu.
       I prodromi di quanto sarebbe accaduto li avemmo al nostro arrivo a Kigali. Ci aspettava una macchina che ci avrebbe portato fuori dalla capitale in un lodge dove avremmo passato la notte prima di metterci in viaggio verso il confine con lo Zaire.       L’autista ci disse che in quei giorni si erano verificati piccoli incidenti fra le etnie Hutu e Tutsi, e che avremmo trovato, forse, dei controlli lungo la strada. Si premurò, comunque, di tranquillizzarci perché in quanto turisti non avevamo niente da temere.       Era sera tardi e il buio era fitto mentre percorrevamo quella strada non proprio agevole, in mezzo alla giungla. Carla ed io ci stavamo chiedendo se viaggiare di notte fosse stata una buona idea, quando il nostro autista improvvisamente fu costretto ad inchiodare. Proprio dietro una curva c’era un ostacolo: un tronco d’albero steso sull’asfalto ostruiva la strada da una parte all’altra.
       Appena la Jeep fu ferma si materializzarono davanti a noi due militari armati di mitra. Il loro atteggiamento non era per niente rassicurante e l’autista ebbe appena il tempo di dirci di stenderci sul sedile di dietro dove eravamo seduti, far finta di dormire e, se interrogati, avvalorare la sua versione: eravamo turisti ed eravamo malati.       Mentre uno dei militari ci teneva sotto tiro con il mitra spianato, l’altro si avvicinò allo sportello dell’autista e con un gesto volitivo chiese di abbassare il vetro dello sportello. L’autista obbedì e il militare gli chiese di scendere dal mezzo. Così fece. Il militare si sporse all’interno dell’auto per ritrarsi subito dopo.
       Alla fioca luce dei fari capimmo che il soldato, indicandoci, chiedeva all’autista di farci scendere. Iniziò così fra i due una lunga conversazione nella loro lingua, presumo Swaili, conversazione che in alcuni momenti si fece molto tesa.
       Carla ed io ce ne stavamo stesi alla meglio sul sedile di dietro con gli occhi semichiusi fingendo un malessere che non avevamo. L’unico malessere che avevamo si chiamava paura, per il resto eravamo più che in forma.
       Alla fine dell’animata discussione fra i due, vedemmo l’autista risalire sulla Jeep, e i militari spostare il tronco per permetterci di passare. Subito dopo fummo informati che la ragione della nostra buona stella andava ricercata nel fatto che non eravamo Tutsi ed eravamo turisti bianchi e anche malati.
       In un modo o in un altro arrivammo al nostro albergo e finalmente potemmo mangiare qualche cosa, rilassarci e andare a dormire. Come primo giorno di viaggio non c’era proprio male.
       La mattina dopo, facendo colazione nella sala dell’albergo, fummo serviti da un giovane nero, gentile e sorridente. Invogliati dal suo atteggiamento cordiale gli chiedemmo cosa stava succedendo in Ruanda, raccontandogli quello che ci era successo la sera precedente.
       Ci rispose che lui era un Tutsi e che doveva ringraziare di non essere molto alto, come quasi tutti quelli della sua etnia, se era ancora vivo. Non lo avevano ancora preso di mira.
       Ci chiediamo ancora adesso se questa sua caratteristica gli abbia salvato la vita anche quando, da episodi sporadici come quelli di quei giorni, la persecuzione contro i Tutsi divenne sistematica e di massa.
       Quella stessa mattina una nuova Jeep con un nuovo autista ci prelevò dall’albergo e con lui ci avviammo verso il confine con lo Zaire.
       Arrivare in molti paesi africani con l’aereo costituisce di per sé un possibile problema, ma se arrivi da un paese occidentale, hai buone possibilità di non subire soprusi di sorta o al massimo di dover pagare qualche dollaro per riavere il tuo passaporto dall’addetto al controllo.
       Cosa molto diversa è attraversare la frontiera di terra fra due paesi africani. Ci rendemmo conto che non sarebbe stata una passeggiata quando già a diversi chilometri dal confine, cominciammo a vedere ai bordi della strada decine e centinaia di persone che a piedi, singolarmente o in gruppi, si dirigevano nella stessa nostra direzione.
       Alla nostra richiesta di spiegazioni, la risposta dell’autista fu che si trattava di profughi Tutsi che scappavano dal Ruanda cercando asilo in Zaire, per sfuggire alla carneficina. Ci disse, però, che difficilmente sarebbero stati accolti nei campi profughi congolesi perché già stracolmi di coloro che li avevano preceduti.
       In ogni caso, l’autista, ebbe la gentilezza di rassicurarci. Per noi che eravamo bianchi e turisti non ci sarebbe stato nessuna difficoltà e tutto sarebbe filato liscio come l’olio.
       Non fu così.
       Appena arrivati alla frontiera non fu difficile capire che la situazione era caotica e la tensione elevata. Inutile dire che eravamo i soli bianchi nel raggio di parecchi chilometri e, in certi posti dell’Africa, avere la pelle bianca e magari essere una bella donna, per di più bionda, come Carla, non sempre rappresenta un facile lasciapassare ma facilmente può trasformarsi in un elemento foriero di grossi guai.
       Su consiglio del nostro uomo, restammo cautamente in macchina, cercando di non dare nell’occhio, lasciando a lui il compito di svolgere le pratiche burocratiche.
       A parte la fila interminabile alla quale si dovette sottoporre, mentre noi lo aspettavamo in macchina sotto il sole cocente, le ulteriori complicazioni non tardarono ad arrivare.
       Lo vedemmo tornare, dopo una lunga attesa, con la faccia sconsolata e alla nostra normale richiesta di notizie rispose che avevano preso i nostri passaporti, trattenendoli, e gli avevano detto di ritornare dopo una mezz’ora.
       Il tempo sembrava non passare mai e la fila interminabile di Tutsi continuava ad allungarsi. La loro visione era vagamente inquietante perché non era raro fra loro vedere alcuni con una mano mozzata o, senza un piede, reggersi su stampelle di fortuna. La ressa al posto di blocco era indescrivibile e dalla parte dello Zaire, un mucchio di soldati armati scoraggiava chiunque dal tentare un qualsiasi colpo di testa.       Quando la mezz’ora fu passata spingemmo il nostro autista, per altro un po’ riluttante a ritornare nell’ufficio dove aveva lasciato i nostri passaporti. Lo vedemmo ritornare trafelato dopo un certo lasso di tempo e, se mi passate l’espressione, aveva la faccia più scura del solito.
       Le sue mani erano vuote e non nascondeva un certo imbarazzo. Alla nostra allarmata richiesta di spiegazioni, cominciò a farfugliare parole incomprensibili e solo dopo un mio scatto d’ira (quando ci vuole ci vuole) si decise a parlare chiaro.
       Ci riferì che al controllo Ruandese non avevano fatto alcun problema e avevano già timbrato il passaporto con il permesso di uscita, ma a quello dello Zaire facevano delle difficoltà a concedere il permesso di entrata nonostante lui avesse insistito molto e detto che si trattava di due turisti bianchi e italiani. Dulcis in fundo, ci riferì che alla sua richiesta di avere indietro i passaporti, gli avevano fatto un segno di diniego.
       A questo punto penserete che ci abbia colto lo smarrimento: Eravamo i soli due bianchi nel bel mezzo di una frontiera fra due paesi africani, con i segni evidenti di un genocidio in corso, e senza passaporti, impossibilitati quindi ad andare avanti o a tornare indietro.
       No, lo sconforto non mi prese. Non sono un tipo che si fa andare il sangue al cervello tanto facilmente, anzi sono portato al dialogo e preferisco sempre usare la dialettica per risolvere i problemi, ma di fronte a questi stupidi abusi mi altero facilmente e la mia faccia assume quell’espressione che quasi sempre mette un po’ di paura al mio interlocutore.
       Ordinai all’autista di portarci immediatamente dall’uomo che gli aveva negato il visto d’entrata e lui obbedì. Superammo senza riguardo la fila di disperati in attesa ed entrammo dentro la baracca di legno adibita al controllo.
       Al nostro ingresso tutti fecero silenzio cominciando a guardarci e subito dopo gli uomini cominciarono a fare commenti fra di loro indicando chiaramente Carla. Capii che bisognava fare in fretta e andare via da quel posto se non volevamo incorrere in complicazioni poco piacevoli.
       L’autista mi indicò l’uomo che aveva requisito i nostri passaporti e senza tanti riguardi mi piazzai davanti a lui con quella mia aria minacciosa di cui sopra.
       Con poche parole, la voce dura e un atteggiamento che poteva essere scambiato per aggressivo ma che era invece di autorevolezza, gli chiesi i miei passaporti. Capii subito che avevo fatto centro dalla comunicazione non verbale che mi giunse chiaramente da quell’uomo. Abbassò gli occhi senza avere il coraggio di guardarmi in faccia, e assunse il chiaro atteggiamento di chi si sente in colpa. Farfugliò qualche parola senza molta convinzione e capii solo che chiedeva se c’era qualche cosa per lui.       Infilai la mano in tasca ed estrassi cautamente una banconota da venti dollari americani. La posai sul suo tavolo tenendoci la mano sopra e coprendola parzialmente. L’atteggiamento di quell’uomo cambiò radicalmente. Sorrise mostrandomi 32 denti bianchissimi e non nascose la sua soddisfazione. Prese dal cassetto i nostri due passaporti, mise due timbri e sempre sorridendo me li porse gentilmente. Sollevai la mano dalla banconota, presi i passaporti e dopo avere ringraziato, sempre con la voce impostata, trascinai fuori sia Carla che l’autista.       Salimmo sulla Jeep, mostrammo i passaporti al controllo ed entrammo finalmente nello Zaire.

       La jeep, dopo ore di viaggio ci depositò in una radura molto ampia e verde su un fianco del vulcano. La strada finiva lì, dovevamo proseguire a piedi. Accompagnati dalla nostra guida e circondati da un nugolo di ragazzini festanti iniziammo la nostra camminata che, tanto per non sbagliare era leggermente in salita.
       Dopo un tempo che ci sembrò interminabile e il fiatone tipico dei fumatori, arrivammo a destinazione. Una casupola in legno, intorno il nulla e, sullo sfondo, l’immenso vulcano.
       Due giovani che ci aspettavano sulla porta. Ci accolsero cordialmente, aiutandoci con i nostri zaini e mettendoci a nostro agio. Ci fecero sedere ad un tavolo offrendoci da bere e ci mostrarono la stanza dove avremmo potuto stendere i nostri sacchi a pelo.
       Poi ci misero al corrente del programma.
       Prima che calasse la notte, avremmo avuto la cena (sic!) e poi subito a letto perché la mattina dopo all’alba saremmo partiti alla ricerca dei gorilla di montagna. Lo avevamo già capito da soli ma fummo lo stesso felici quando ci comunicarono che eravamo i soli e non c’erano altri turisti con noi.
       Raccontarono con dovizia di particolari quanto era successo la settimana prima con la troupe della famosa conduttrice di programmi di viaggi, Licia Colò.
       La Licia Colò, impaurita dalla descrizione dei disagi che avrebbe dovuto affrontare si era rifiutata di partire con il resto del gruppo e aveva deciso di attendere il loro ritorno presso il rifugio. Il primo giorno non avevano trovato un gorilla neanche col cannocchiale e il secondo giorno, più fortunati, avevano intercettato un gruppo familiare con il risultato disastroso però, che un gorilla, con un semplice movimento di una mano, aveva lussato una spalla ad un cameraman.
       Ero terrorizzato dalla reazione che Carla avrebbe potuto avere al sentire queste notizie. Invece restai meravigliato dal suo composto comportamento. Non perse il suo entusiasmo e devo darle atto che, nonostante i reali disagi, è l’unico viaggio nel quale non si è mai abbandonata a continui lamenti ma ha affrontato stoicamente le difficoltà.       Dopo le spiegazioni e i racconti, mangiammo e andammo a dormire.
      L’alba arrivò in fretta e un tocco alla porta ci avvisò che era giunta l’ora. Cominciammo la laboriosa preparazione. Le indicazioni ricevute dicevano che non dovevamo lasciare parti del corpo scoperte, dovevamo indossare dei guanti e coprire la testa. Tutto questo era necessario per proteggerci dalle ortiche giganti che avremmo trovato lungo il sentiero che dovevamo percorrere per andare su, verso i gorilla di montagna.
      Così bardati uscimmo dalla nostra stanza e vedemmo le nostre guide che ci stavano aspettando. Il primo dei tre era la vera e propria guida che aveva dimestichezza con i gorilla, la seconda era armata di machete e avrebbe aperto il sentiero liberandolo per quanto possibile dalla vegetazione che lo ostruiva e il terzo era armato di fucile pronto a sparare ai bracconieri o ad eventuali animali pericolosi che ci avessero intercettato.
       In silenzio e in fila indiana ci avviammo.
       La prima parte del cammino fu abbastanza agevole. Libera da piante più o meno urticanti e non particolarmente ripida. Inutile negare che dopo un’ora di cammino, io e Carla cominciammo ad avere qualche difficoltà respiratoria e le tre guide furono spesso costrette a fermarsi ed aspettarci.
       Dopo, improvvisamente, cominciò la parte difficile. Un muro di fitta vegetazione impediva la nostra salita. L’uomo col machete cominciò a darsi da fare svolgendo al meglio il suo lavoro e permettendoci di procedere anche se con molte difficoltà. Con le mani coperte dai guanti scostavamo le grandi foglie delle ortiche proteggendoci il viso e, nel mentre, il sentiero diventava sempre più ripido e scivoloso tanto da costringerci in alcuni punti a procedere a quattro zampe.
       Fu in quel tratto, col terreno umido e viscido, che Carla scivolò, perse l’equilibrio rovinando a terra. Infangata da capo a piedi, si rigirò sedendosi sul terreno fangoso per riprendere fiato.
      Non lo avesse mai fatto.
      Solo dopo qualche minuto che avevamo ripreso a salire arrancando faticosamente, Carla lanciò un urlo muovendo rapidamente una mano sulla nuca come a scacciare qualche cosa. Io stavo dietro a lei e in quel momento mi accorsi che lungo la sua schiena, sul giaccone che la copriva, le prime di una fila di formiche rosse e giganti avevano raggiunto il suo collo, si erano insinuate fra il giaccone e il cappello e aveva iniziato a pranzare mordendo alacremente la sua carne.
       Accorsi in suo aiuto, la liberai dal giaccone scuotendo le formiche che continuavano la loro marcia e subito mi misi alla ricerca delle formiche che stavano già banchettando. Le tre guide non trattennero un sorriso, un misto fra lo scherno e il divertimento. Quando liberai Carla da tutti quegli ospiti indesiderati, riprendemmo a salire.
      La mattina avanzava rapidamente e il caldo cominciava a farsi sentire prepotente. Il capo delle guide, ogni tanto, si fermava, ci faceva segno di stare in silenzio e si metteva in ascolto. Poi scuoteva la testa e riprendeva a salire.
      Ad un certo punto ci fece ancora segno di fermarci e fare silenzio. Si allontanò di qualche passo scomparendo alla vista e dopo pochi secondi fece ritorno sorridendo. Ci fece segno di seguirlo e ci ritrovammo in una radura piana ma deserta.
      Eravamo delusi. Eravamo convinti che avesse trovato i gorilla. Ci indicò delle visibili cacche giganti ancora fresche e ci disse che eravamo vicini perché i gorilla erano appena andati via da quella radura.
      Riprendemmo il cammino fiduciosi e dopo pochi minuti ancora una volta ricevemmo l’ordine di fermarci e fare silenzio. Questa volta la guida sorrise compiaciuto: finalmente avevamo trovato i gorilla di montagna.
      Cautamente e uno alla volta passammo da un varco nella vegetazione e ci fermammo ai bordi di una nuova radura. La guida ci disse subito di non tenere una posizione eretta, e di non guardarli fissi negli occhi. I gorilla avrebbero potuto interpretare questi comportamenti come un segno di sfida. Ci consigliarono di accovacciarci o meglio ancora stenderci. Eseguimmo immediatamente, non avevamo nessuna voglia di mostrarci invadenti e scatenare l’aggressività del capo branco.
       La guida cominciò a fare uno strano suono. E’ difficile esprimerlo con le parole. E’ quel suono che viene dalla gola e che facciamo anche con la bocca chiusa per esempio quando vogliamo dire sì, ma non usiamo la bocca o la lingua per articolare il suono, ma solo la gola. Potete provare e, se lo ripetete due volte di seguito avrete il suono che deve essere fatto quando ci si trova in compagnia dei gorilla di montagna.       Chiedemmo a che serviva quello strano suono e la guida ci rispose che serviva ad inviare un messaggio di pace ai gorilla. Questi si sarebbero sentiti rassicurati, avrebbero capito che venivamo in amicizia e non si sarebbero scatenati contro di noi. Quel suono cominciai a farlo anch’io, meglio ‘abundare quam deficere’, non si sa mai!       Steso in terra, telecamera a portata di mano, ripetendo ogni pochi secondi il suono di pace, guardai con attenzione la scena che avevo davanti.
      La prima cosa che colpì la mia attenzione fu una gorilla femmina che, seduta, teneva in braccio l’ultimo nato e lo allattava. Detto così può sembrare una sciocchezza ma dovete immaginare la gorilla con le braccia piegate e all’interno il piccolo. Lo dondolava e lo guardava piena d’amore e, inutilmente, cercai una differenza con le scene simili che siamo abituati a vedere quando ci troviamo vicino ad una mamma umana che allatta il figlio.
      Intorno a lei una serie di piccoli giocavano fra di loro, rotolandosi per terra, facendo la lotta e molto spesso grattandosi via le pulci. Una serie di altre femmine giocavano con i loro figli insegnando loro a salire sugli alberi e a dondolarsi su una specie di liane.
      Il centro di tutta la scena era però dominato dal capo branco che viene chiamato Silver Back perché a causa dell’età matura ha la schiena color argento come ad esempio succede anche a me che, a causa dell’età matura ho la barba quasi completamente bianca.
      Impossibile non riconoscere il Silver Back, sia per la schiena argentata ma soprattutto per la mole. Per darvi un’idea, in posizione eretta misura due metri per due nel senso che è alto due metri ma ha anche due spalle che hanno più o meno la stessa ampiezza e il suo peso è di circa tre quintali.
       L’organizzazione di un gruppo di gorilla, di una famiglia o di un branco, se preferite, funziona così: il Silver back è il capo assoluto, il più forte, il padre dei piccoli. A sua disposizione ha una serie di femmine che lo coccolano, lo spulciano e, ovviamente, si prestano volentieri anche ad altre pratiche che possiamo immaginare.       Potrebbe sembrare una situazione idilliaca ma non è così.
      Il silver back deve, giorno dopo giorno, conquistarsi questi privilegi. Infatti, alcune decine di metri lontano dal gruppo si aggirano come avvoltoi, i suoi fratelli e i suoi figli diventati adulti e che sono stati scacciati dal gruppo. In soldoni, ci può essere solo un capo e, di conseguenza, quando un altro esemplare maschio del gruppo diventa adulto viene scacciato ma non smette mai di tentare di fregare il silver back e prendere il suo posto.
      Per un lungo periodo il silver back vince sempre la lotta, è il più forte e se vede che uno dei suoi antagonisti si avvicina un po’ troppo, scatta come un fulmine, lo aggredisce e lo malmena finché l’avversario non si dilegua.
      Questa pratica può essere quotidiana, ma il tempo passa e col tempo avanza l’età e il silver back comincia a perdere forze. Drammaticamente si avvicina il momento del ricambio. Verrà il giorno che il fratello più giovane o uno fra i figli più grandi, fino a quel momento impossibilitati ad usufruire dei benefici del gruppo, diventeranno così forti da sconfiggere il silver back.
      Questo è il momento più drammatico. Quando il silver back viene sconfitto, deve abbandonare il suo harem e tutti i suoi piccoli. Un nuovo maschio più forte di lui prenderà il suo posto e i suoi privilegi.
      Il nostro povero e vecchio silver back, si allontanerà. Abbandonerà tutti e da solo, andrà lontano ad aspettare la morte.
      Il gruppo di gorilla che avevamo davanti sarà stato di circa 15 membri fra femmine e piccoli. Quando i piccoli cercavano di avvicinarsi a noi, la guida provvedeva a scacciarli battendo un piccolo bastone davanti a loro. Ci spiegò che se un piccolo ci fosse venuto troppo vicino il silver back poteva aversela a male e andare su tutte le furie.
      Dopo essermi dedicato ai piccoli e alle femmine decisi che era il momento di concentrarmi sul capo. Strisciando in terra come un verme mi portai a circa due metri, massimo tre metri da lui.
      Iniziò un gioco che se non lo avessi vissuto in prima persona, stenterei a credere. Dal basso, lo guardai negli occhi, lui mi guardò e subito io abbassai gli occhi in segno di sottomissione come mi era stato raccomandato. Ripetei questa cosa per diverse volte finché non accadde l’incredibile. Lo guardai negli occhi per l’ennesima volta certo che avrei dovuto abbassare lo sguardo non appena lui mi avesse guardato e invece, inopinatamente, fu lui ad abbassare gli occhi. Mi guardò ancora e io piegai la testa in giù. Poi la rialzai guardandolo e lui abbassò la sua.
      Il contatto era stato instaurato. Mi feci coraggio, mi avvicinai ancora di qualche centimetro, emettendo sempre quel suono gutturale di pacificazione e azzardai a puntargli contro la telecamera. Il risultato fu inimmaginabile.
      Appena puntai l’occhio della camera su di lui, il nostro grande e grosso silver back, girò la testa da un lato e si coprì la faccia con una mano aperta come in un gesto di ritrosia.
      Si vergognava. Sì, si vergognava.
      Non c’era nessuna animosità in lui, ma solo come una specie di imbarazzo e voleva comunicarmi: ti permetto di guardarmi con quell’occhio artificiale, non mi arrabbierò per questo, ma sappi che la cosa mi imbarazza.
      La mia telecamera lo riprese a lungo e per diverse volte lui ripeté quel gesto come fosse timido di fronte allo strumento.
      Restammo con loro per più di un’ora. La madre che allattava il bambino era scomparsa dopo qualche minuto dal nostro arrivo ma per tutto il tempo che rimanemmo nella radura, i piccoli gorilla non lesinarono i loro giochi, salendo sugli alberi e lanciandosi dall’alto, lottando fra di loro e imitando il gesto tipico del gorilla adulto: sbattersi ripetutamente i pugni chiusi sul petto in segno di potenza e di aggressività.
      Il mio amico silver back se ne stava sdraiato, come a dormire, quando su di lui si lanciarono due piccoli nel tentativo di giocare. Lui li accontentò e con una certa grazia li fece rotolare via. Poi giunse una femmina e con amore cominciò a spulciarlo e tutte le volte che trovava una pulce la portava alla bocca e la schiacciava fra i denti.       Saremmo rimasti ancora per delle ore a guardarli giocare, strappare rametti e foglie dagli alberi e nutrirsi, spulciarsi l’un l’altro. Ma non fu possibile.
      Mentre una delle femmine stava spulciando il silver back, arrivò di corsa un’altra femmina, forse la preferita del momento. Si avvicinò di corsa a loro, disse, o presumo che disse, qualche cosa al suo maschio e questi, di scatto, si alzò e corse via con lei.       Forse un bisogno improvviso di qualcosa che andava fatto in privato, forse un normale vagare per le pendici del vulcano, sta di fatto che quando il silver back e la femmina sparirono dalla radura, in pochi secondi tutti li seguirono e noi restammo soli e pieni di una esperienza irripetibile.
      La via del ritorno, in discesa, fu più agevole. Raggiungemmo il rifugio dal quale eravamo partiti continuando a commentare tutto quello che avevamo visto e vissuto. Eravamo appagati e sapevamo che per niente al mondo avremmo rinunciato a vivere quell’esperienza meravigliosa.
      Al rifugio ci aspettavano con un pranzo caldo. Ascoltarono i nostri racconti con pazienza come, probabilmente, avevano fatto con altri viaggiatori prima di noi e come avrebbero fatto molte altre volte in seguito.
      Una Jeep, venne a prelevarci per riportarci in un qualche lodge che non ricordo. Inutile parlarvi delle centinaia di animali che vedemmo nei parchi dello zaire: leoni, leonesse, fagoceri, ippopotami, gazzelle, elefanti e via di seguito. Tutti animali che avevamo già visto in Africa e che avremmo ancora visto altre decine di volte.
      Alla fine del nostro viaggio tornammo a Kigali, capitale del Ruanda, prima della partenza per il Kenia. Era domenica e alzandoci e aprendo il balcone della nostra stanza ci giunse chiaramente un frastuono di voci lontane.
      Carla che pensa sempre al peggio, mi disse: “In centro città sta succedendo qualcosa.”
      Io, invece, che sono un inguaribile ottimista, minimizzai: “Ma no, sono le voci che giungono dal mercato… è domenica e la gente fa festa!”
      Carla aveva ragione e io torto.
      Prendemmo l’aereo quella stessa mattina e subito dopo in Ruanda si scatenò il genocidio dei Tutsi che tutti conosciamo.
      Molti di loro scapparono dalle città e dai paesi per salvarsi la vita e molti si rifugiarono anche sul vulcano dei monti Virunga. Anche loro avranno incontrato i gorilla di montagna e, purtroppo, anche loro, forse, li avranno uccisi. Non come i bracconieri per fare portacenere dalle loro mani, ma per dare cibo ai loro piccoli e a loro stessi, ripetendo l’antico rito che a vincere è il più forte e che, di fronte alla fame, non c’è tabù che tenga e tutti possiamo diventare, o tornare ad essere, dei cannibali.



  Albert Danton


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