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Il mio nome è Giuseppe Alberto Imbergamo. Di fatto solo Giuseppe ha un valore legale in quanto primo nome, ma Alberto
è il nome con il quale sono stato chiamato fin dal primo giorno di vita. In Sicilia, mettere ai figli i nomi dei nonni era
quasi un obbligo, e i miei due nonni maschi si chiamavano ambedue Giuseppe.
Di fatto questo doppio nome mi ha creato qualche problema in qualche periodo della mia vita, per esempio quando la Guardia
di Finanza in un verbale che mi competeva scrisse che mi facevo chiamare Alberto per nascondere alle autorità il mio vero nome.
E’ ridicolo, lo so, ma è così… e non si può neanche dire che fossero carabinieri… ma andiamo avanti.
Mio padre si chiamava Salvatore ma tutti lo chiamavano Totò. Avrà voluto anche lui confondere le autorità? No! Mio padre era
un uomo onesto. Era nato nel 1900 e per tutta la vita ha lavorato al Banco di Sicilia. Morì nel 1972 e fu troppo presto per
i miei 23 anni di allora. Mio nonno paterno, Giuseppe Imbergamo appunto, era un minatore nelle miniere di zolfo del centro
della sicilia ed ebbe la malaugurata idea di comprare un paio di miniere proprio qualche tempo prima che una nuova tecnologia
americana rendesse obsoleta l’estrazione dello zolfo alla maniera siciliana, costringendo alla chiusura tutte le miniere.
Per non apparire maschilista devo dire che mia nonna, la madre di mio padre, si chiamava… indovinate come? Giuseppa! E di
cognome faceva Faraci che, converrete, evoca scenari arabi se non, addirittura, iraniani! Ma visse 100 anni e cinque mesi
e questo, alla faccia di chi mi vuole male, mi porta a pensare che potrei eguagliare il suo record familiare.
Il nome di mia madre, invece, era Lucia e di cognome, D’Antona (non nascondiamo qualche origine nobile). Diplomata maestra
ma come potete immaginare per quei tempi, casalinga a vita. Nacque nel 1906 e morì nel 1988. Suo padre, Giuseppe, aveva un
avviato negozio di ferramenta e, fatto molto interessante, fu l’inventore del ‘prestito d’uso’. Come voi sapete il prestito
d’uso si fa con l’oro (se non lo sapevate… ora lo sapete) ma mio nonno lo cominciò a fare con le capre. Ora vi spiego.
Comprò un paio di capre e le dette a un contadino e gli disse: “Tieni queste due capre, dai loro da mangiare. Appena figliano,
chiamami e dividiamo i capretti.” Così fu e quando mio nonno ebbe i capretti, alcuni li vendette al macellaio e recuperò i
soldi, altri li dette ad un altro contadino ricominciando il giro. Dopo un po’ di tempo non sapeva più dove mettere i capretti
e i soldi che gli venivano dalla loro vendita. Fu per questo che comprò qualche pezzo di terra, e costruì una bella casa
elegante per la moglie e l’unica figlia che poi sarebbe mia madre.
A questo punto vi chiederete come si chiamava mia nonna. Ma ovviamente si chiamava Giuseppa e come mia madre era maestra con
attività casalinghe. Di cognome però faceva Calamita. Anche questo cognome ci dice che gli arabi sono stati in Sicilia a lungo
ma, preferirei non dilungarmi nella ricerca del suo significato!
Prima che lo dimentichi, voglio che sappiate che tutti questi Giuseppi e Giuseppe, maschi e femmine, erano nati, cresciuti e
vissuti in un paese della provincia di Caltanissetta, nel centro della Sicilia, nella sua parte più povera. Il nome di questo
paese è Riesi dal latino medievale ‘Rieses’ che vuol dire ‘Terre Incolte’. Gli arabi, precedentemente, lo avevano chiamato
‘Rahal-Met’ che vuol dire ‘casale abbandonato’. Insomma, fra terre incolte e casale abbandonato credo che vi sarete fatti
un’idea di che posticino doveva essere e, tutto sommato, di che posticino è tuttora!
Sono nato a Caltanissetta nel centro della Sicilia in una Domenica di tanti anni fa. Erano le 5 del pomeriggio di una Domenica
di Giugno ed era il giorno 19. La casa dove abitava la mia famiglia era proprio sopra il mercato generale. Di Domenica il mercato
era chiuso ma essendo giugno, le finestre di casa nostra erano aperte. Vi chiederete cosa ci incastrano le finestre aperte.
Ve lo spiego subito. Nel 1949 non si partoriva in ospedale o in clinica, ma si partoriva a casa con l’aiuto della levatrice.
Capirete adesso che le finestre aperte furono importanti. Dalla strada sottostante le finestre, dal mercato, saliva verso casa
un profumo(!) di verdure marce, di bucce di arance in putrefazione, niente di drammatico, non preoccupatevi. Allora i resti del
mercato del giorno prima, al sole di giugno facevano questo effetto, ma non era così orribile. Ve lo posso garantire io che venni
alla luce proprio in quel frangente. Ma si sa che le prime sensazioni sono quelle che restano per sempre. Ve lo dico con sincerità:
l’odore delle verdure e della frutta marcita al sole è per me inconfondibile, ma sempre gradito, tanto è vero che non mi ritrassi
e non protestai, ma tirai la capoccia fuori da mia madre e… fu allora che scoppiò il finimondo.
Prima di me tre sorelle femmine erano venute al mondo. La prima Giuseppina (vi ricordate della questione dei nomi?); e va bene
“fimmina è” ma la cosa si può accettare. La seconda Ines Rossalba, dopo due anni dalla prima, fu un po’ meno accettabile ma pazienza.
Per la terza, mio padre e mia madre fecero passare molto tempo, dieci anni eppure sempre femmina venne. Si racconta che quando nacque
la terza, che di nome fa Gilda Fiorella, mio padre fosse fuori città in missione per il banco di Sicilia. Allora parliamo del periodo
della guerra non c’erano i telefonini e quindi questa terza sorella nacque e mio padre poverino non ne sapeva niente. Quando rientrò
a Riesi, aprì la porta di casa e gli si presentò la sua figlia più piccola , quella Rossalba che aveva ormai una decina d’anni.
Nonostante l’età la bambina conosceva già il problema tanto che aprendo la porta a mio padre, con voce sconfortata gli disse:
“Papà… fimmina iè!!”
Ecco spiegato il motivo per cui in quel 19 giugno del 1949, di Domenica alle cinque del pomeriggio, quando nacqui io, scoppiò il
finimondo. Le finestre erano tutte aperte e i vicini di casa orecchiavano per sapere il risultato.
Appena la levatrice e le altre assistenti videro il pisellino non seppero contenere la gioia e la soddisfazione. Subito si misero
ad urlare: “masculu iè… masculu iè!”.
Tutto il vicinato venne a conoscenza della lieta novella: finalmente era nato il principino della famiglia.
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