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Il 26 Dicembre 2004 era Domenica. Alle Seychelles, nell’oceano indiano, era una bella giornata: il sole
splendeva alto e poche piccole nuvole tentavano di stemperare i suoi raggi.
A Mahè, la più grande isola dell’arcipelago delle Seychelles, sulla più bella spiaggia, sul lato est,
c’è il mio ristorante. Il suo nome è Kaz Kreol che vuol dire Casa Creola.
Alle 13 di quella domenica il ristorante era pieno di clienti affamati. Alcuni stavano già addentando
con voracità la loro pizza e altri, ancora in attesa, bevevano birra.
Ricordo che quella mattina il pizzaiolo non si era presentato e, di conseguenza, era toccato a me,
preparare l’impasto per la pizza. Alle 13 ero intento a infornare diverse pizze nel forno a legna dal quale emanava un
calore allucinante, quando lo sguardo mi cadde sul bagnasciuga a pochi metri da me. Vidi l’acqua salire rapidamente e
fermarsi proprio al livello del ristorante. L’acqua era sporca di detriti, di pezzi di legno e di schiuma bianca.
Non poteva essere l’alta marea perché l’acqua era salita troppo in fretta e comunque la marea non avrebbe portato
tutta quella immondizia che si stava depositando proprio al limite del mio ristorante.
Fermai il mio lavoro e mi avvicinai al bagnasciuga insieme ad altri clienti che avevano notato il
fenomeno. Ci guardammo tutti increduli chiedendoci cosa potesse significare e non avendo una risposta da darci, dopo
qualche minuto tornammo alle nostre cose. Io tornai a fare pizze e loro tornarono a sedersi ai loro tavoli in attesa
delle loro pietanze.
Continuai a lavorare ma, inevitabilmente, lo sguardo mi continuava ad andare alla spiaggia e di
conseguenza anche alla barriera corallina che in lontananza circonda l’isola.
Fu intorno alle 13 e 10 minuti- 15 minuti massimo, un quarto d’ora dopo che si era verificato lo
strano fenomeno che, inopinatamente, guardando lontano, vidi una enorme onda che al di là della barriera corallina
si avvicinava all’isola.
In quel momento squillò il mio cellulare e mia moglie al telefono mi avvertì:
“Scappate, scappate… sta arrivando una grande onda di tsunami…”
La comunicazione si interruppe senza ragione e un attimo dopo mi ritrovai ad urlare:
“Go! Go! Immidiatly”
Anche i clienti a quel punto si accorsero di quello che stava accadendo e disordinatamente si
alzarono dai tavoli rovesciando sedie e lasciando le loro pizze sul tavolo e si precipitarono fuori per strada
cercando di allontanarsi il più possibile dalla spiaggia.
Quando mi fui accertato che tutti si stessero mettendo in salvo, guardai ancora il mare.
In quel momento l’onda colpì la barriera corallina, distruggendone una parte e superando l’ostacolo.
Si avvicinava velocemente a riva con una furia indescrivibile e sormontata da una enorme schiuma bianca.
Le piccole barche dei pescatori e i grandi motoscafi per la pesca d’altura divennero piccoli e fragili legni
nel momento in cui l’enorme massa d’acqua li investì. Furono sollevati uno per volta di parecchi metri per
poi precipitare ancora nell’acqua dopo il passaggio dell’onda.
Ormai mancavano poco più di cento metri all’onda per arrivare sulla spiaggia. Intorno a me
solo le urla della gente che cercava di mettersi in salvo. Anch’io stavo guadagnando l’uscita quando mi accorsi
che un cliente che teneva la sua bambina per mano era rimasto ai bordi della spiaggia come imbambolato a guardare
l’onda che stava per arrivare. Capii che era in pericolo e che la sua meraviglia si era trasformata in una specie
di trance che lo teneva bloccato. Solo la bambina fremeva cercano di liberarsi la mano e fuggire lontano.
Mi fermai. Guardai l’onda in tutta la sua potenza. Entro pochi secondi si sarebbe schiantata
contro il ristorante travolgendo tutto quello che avesse trovato lungo il suo cammino: uomini e cose. Calcolai
il tempo che mi rimaneva, e non me la sentii di lasciare quel padre e la sua bambina ad una morte certa. Tornai
sui miei passi, raggiunsi i due e urlando:”Peter, Peter… “ scossi il suo corpo come fosse un pupazzo e lo feci
ritornare alla realtà. Subito, lo presi per mano e lo trascinai fuori insieme alla piccola. Un attimo prima di
uscire dal ristorante e riversarmi in strada come tutti gli altri, mi voltai e la vidi: era alta più di sette metri,
copriva tutto il mio orizzonte e niente e nessuno avrebbe potuto fermarla.
Continuai la mia corsa, attraversai la strada e mi aggrappai ad un albero. Proprio in quel momento
sentii lo schianto. Enorme, frastornante, distruttivo. La strada fu invasa da un’acqua sporca, piena di detriti e alta
circa un metro. Furiosa si avventò su tutti noi, trascinando legni, sporcizia ma anche sedie e tavoli del mio
ristorante.
Aggrappato all’albero attesi che la forza dell’acqua si calmasse e quando ritenni di poter lasciare
la presa, timidamente feci ritorno dentro il ristorante.
La scena era apocalittica. Solo i muri di cemento si erano salvati dalla forza distruttrice.
Non esisteva un tavolo o una sedia se non un mucchio di legni accatastati in qualche angolo. Ogni legno era stato
divelto, ogni frigorifero sollevato e rovesciato. Uno strato di circa 30 cm di sabbia ricopriva tutte le superfici
e da quella sabbia spuntavano pezzi di piatti, lame di coltelli, bicchieri sbeccati, utensili vari e gli oggetti
più disparati che, posati sui tavoli dai clienti, erano stati abbandonati nella fuga e spazzati via dalla furia
dell’acqua.
Per pochi secondi vagai in quello che era stato un ristorante e la scena che mi si presentò agli
occhi fu ancora più sconcertante: Una barca di legno di pescatori era incastrata nella porta della cucina come se
volesse cercare riparo. Un grande motoscafo bianco, invece, era stato scaraventato dall’alta onda sul bagnasciuga
del ristorante, aveva colpito con forza due enormi alberi di cocco sradicandoli e facendoli precipitare sul tetto
della pizzeria che era crollato miseramente.
Alla vista di un tale disastro, la mia deduzione fu solo una: Non c’era niente da salvare,
tutto era distrutto. L’unica cosa da fare era fuggire lontano, a casa, in alto sulla collina, per salvare me stesso.
Altre onde sarebbero arrivate e nessuno sapeva quanto sarebbero state alte e potenti.
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